Dipendenza nel mentoring: come riconoscerla e prevenirla | Coaching You

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Il mentor che libera: riconoscere e prevenire la dipendenza nel mentoring

La dipendenza del mentee è uno dei rischi più concreti — e meno discussi — del mentoring. Come si forma, come riconoscerla nelle sue tre forme e cosa deve fare, o non fare, il mentor per costruire autonomia fin dalla prima sessione.

La dipendenza nel mentoring è uno dei rischi più concreti — e meno discussi — della pratica professionale. Non è un’eccezione patologica riservata a relazioni disfunzionali: è un rischio ordinario, insito nella struttura stessa di ogni percorso, indipendentemente dalla competenza del mentor e dalla motivazione del mentee.

Il paradosso è noto a chi fa questo mestiere: il mentor più efficace è quello di cui il mentee, a un certo punto, non ha più bisogno. Eppure la relazione di mentoring contiene, per sua natura, tutti gli ingredienti per produrre l’effetto opposto — un’asimmetria che colloca il mentor in posizione di autorevolezza, un’esperienza elaborata che il mentee non ha ancora, un investimento emotivo che può diventare intenso da entrambe le parti. Ed è per questo che la dipendenza accade spesso senza che né il mentor né il mentee se ne accorgano, almeno non subito.

Comprendere come nasce la dipendenza, riconoscerla quando è già presente e costruire le condizioni perché non si sviluppi è parte integrante della competenza di un mentor professionale. In questo articolo la percorriamo in tutte le sue forme, dal rischio del mentee a quello speculare del mentor, fino ai comportamenti concreti che costruiscono autonomia invece di eroderla.

Cos’è la dipendenza nel mentoring

La dipendenza nel mentoring si verifica quando il mentee sviluppa un legame con il mentor che supera i confini funzionali della relazione professionale, compromettendo la sua capacità di agire, decidere e crescere in modo autonomo.

A differenza di quanto accade nel coaching — dove i confini della relazione sono più netti e il ruolo del coach più definito — nel mentoring la dipendenza ha caratteristiche specifiche e più difficili da riconoscere. La ragione è strutturale.

Il mentoring è costruito su un’asimmetria legittima: il mentor ha un’esperienza che il mentee non ha ancora, e questa asimmetria è la ragione stessa per cui la relazione esiste. Ma è anche il terreno su cui la dipendenza attecchisce più facilmente. Quando l’esperienza del mentor diventa un riferimento assoluto — invece che una delle possibili prospettive — il mentee smette di costruire la propria e inizia a mutuare quella del mentor.

A questo si aggiunge la bidirezionalità dell’apprendimento, una delle caratteristiche distintive del mentoring rispetto ad altre pratiche di sviluppo. Il mentor non trasferisce solo esperienza: riceve, attraverso il mentee, uno sguardo fresco sul proprio percorso, domande che non si sarebbe posto, prospettive che la propria esperienza aveva reso invisibili. Questa bidirezionalità è una ricchezza — ed è anche, se non governata con consapevolezza, una fonte di rischio. Perché una relazione da cui si apprende e si riceve è una relazione che si è tentati di prolungare, di intensificare, di rendere indispensabile.

Cosa dice il quadro professionale di riferimento

La dipendenza del mentee non è una questione di stile relazionale o di feeling tra le persone: è una questione di standard professionali e di impegno etico esplicito.

Il Global Code of Ethics — il codice condiviso da EMCC e dalle principali associazioni professionali internazionali — è esplicito: i professionisti del mentoring hanno l’obbligo di promuovere attivamente l’indipendenza, l’autonomia e il senso di empowerment del mentee. Non come auspicio, ma come impegno sottoscritto al momento dell’adesione al codice. E la responsabilità va oltre la diade: una relazione che genera dipendenza può avere effetti che si irradiano fino agli sponsor, al contesto organizzativo, alla reputazione della pratica stessa.

L’EMCC Competence Framework V2 va ancora più nel dettaglio: assicurarsi la non-dipendenza del mentee — indicatore CI 50 — è un indicatore di competenza al livello Practitioner. Non è un obiettivo avanzato riservato ai livelli alti: è atteso fin dalle prime fasi della pratica professionale. Gestire il rischio di dipendenza, quindi, non è una competenza opzionale: è parte del profilo minimo di un mentor qualificato.

In breve

Un rischio strutturale, non un’eccezione

La dipendenza nasce dall’asimmetria legittima su cui il mentoring si fonda e dalla bidirezionalità dell’apprendimento: una relazione da cui il mentor stesso riceve è una relazione che si è tentati di prolungare. Per questo il Global Code of Ethics impone di promuovere attivamente l’autonomia del mentee, e l’EMCC Competence Framework V2 colloca la non-dipendenza (CI 50) già al livello Practitioner.

Le tre forme di dipendenza del mentee

La dipendenza nel mentoring raramente si presenta in modo riconoscibile dall’inizio. Non arriva con un segnale chiaro. Si costruisce gradualmente, spesso nel solco di dinamiche che, nelle prime fasi del percorso, sembrano positive: il mentee che si fida, che chiede, che torna. È solo nel tempo che certi pattern rivelano la loro natura. Distinguere le diverse forme in cui si manifesta è il primo strumento per riconoscerla, e per intervenire prima che si consolidi.

Dipendenza da validazione

È la forma più visibile e più facile da identificare. Il mentee non decide senza il via libera del mentor. Porta in ogni sessione, esplicita o implicita, la stessa domanda: “sto facendo bene? Sono sulla strada giusta?” Ogni scelta, anche piccola, viene portata in sessione non per essere esplorata ma per essere approvata.

Il tratto distintivo è che il mentee sa già cosa vuole fare. Non manca di idee o di direzione: manca della fiducia necessaria per muoversi senza la conferma del mentor. La sessione diventa uno sportello di validazione più che uno spazio di sviluppo. I segnali da osservare: il mentee riporta le stesse domande in sessioni diverse cercando conferma più che riflessione; le decisioni vengono sistematicamente rimandate alla sessione successiva; il mentee fatica a descrivere le proprie scelte senza riferirsi a cosa “avrebbe detto” il mentor.

Dipendenza da presenza

È meno immediata da riconoscere, perché non riguarda il contenuto delle sessioni ma il rapporto del mentee con la relazione stessa. Il mentee fatica a procedere tra una sessione e l’altra. Esita di fronte alle decisioni nell’intervallo tra un incontro e il successivo, e si preoccupa quando il percorso si avvicina alla conclusione.

In questa forma, la relazione di mentoring è diventata un punto di appoggio più ampio di quanto il contratto preveda. Non è più uno strumento di sviluppo professionale: è un contenitore emotivo di cui il mentee non riesce a immaginare di fare a meno. I segnali da osservare: richieste con frequenza crescente di sessioni aggiuntive o contatti fuori sessione; ansia o resistenza esplicita all’avvicinarsi della fine del percorso; difficoltà a identificare risorse proprie o altre figure di riferimento al di fuori del mentor.

Dipendenza da identità

È la forma più profonda e la più difficile da riconoscere, anche per il mentor stesso. Il mentee non costruisce la propria identità professionale: la costruisce attorno all’immagine del mentor. Adotta il suo linguaggio, i suoi riferimenti, il suo stile di pensiero — non come ispirazione, ma come sostituto. Invece di usare il mentor come specchio per trovare sé stesso, lo usa come modello da replicare.

Questa forma può passare a lungo inosservata, perché il mentee appare motivato, coinvolto, in crescita. Il problema è che la crescita avviene nella direzione del mentor, non nella propria. E quando il percorso finisce — o quando il mentor cambia prospettiva su un tema — il mentee si trova senza una bussola propria. I segnali da osservare: il mentee cita sistematicamente il mentor come fonte principale delle proprie opinioni professionali; replica le sue scelte, settori, approcci e posizionamento senza elaborazione critica; di fronte a situazioni nuove si chiede “cosa farebbe il mentor” invece di chiedersi cosa vuole fare lui.

FormaCosa la caratterizzaUn segnale rivelatore
Validazione Il mentee sa cosa fare ma non si muove senza il via libera del mentor. La sessione diventa uno sportello di approvazione. Le decisioni vengono rimandate alla sessione successiva.
Presenza La relazione diventa un contenitore emotivo più ampio del contratto. Il mentee fatica a procedere tra una sessione e l’altra. Ansia o resistenza all’avvicinarsi della conclusione.
Identità Il mentee costruisce la propria identità professionale attorno all’immagine del mentor, come modello da replicare. Di fronte al nuovo si chiede “cosa farebbe il mentor”.

Il rischio speculare: il mentor che ha bisogno di essere necessario

Prima di parlare di cosa fare con il mentee, vale la pena rivolgere lo sguardo al mentor. Perché la dipendenza nel mentoring non è mai solo una dinamica del mentee: è quasi sempre una dinamica relazionale, in cui entrambe le parti giocano un ruolo. E il ruolo del mentor è spesso il più difficile da vedere, proprio perché è mascherato da intenzioni genuine: il desiderio di essere utile, di accompagnare bene, di non abbandonare il mentee nei momenti difficili. Nessuna di queste intenzioni è sbagliata in sé. Il problema nasce quando, insieme alle intenzioni, agisce anche qualcosa di meno consapevole.

Il bisogno di essere necessario

C’è una domanda che ogni mentor dovrebbe saper portare in supervisione con onestà: ho bisogno che il mio mentee abbia bisogno di me?

Il mentor che riceve gratitudine, che viene cercato, che sente di fare la differenza, sta vivendo qualcosa di reale e di prezioso. La soddisfazione di vedere il mentee crescere è una delle motivazioni più genuine che spingono una persona a fare questo lavoro. Il problema nasce quando quella soddisfazione si trasforma in bisogno, e il mentor inizia, inconsapevolmente, a orientare le proprie scelte nella relazione in modo da mantenere il mentee dipendente.

Il mentor che risponde sempre e prontamente a ogni richiesta, che è sempre disponibile al di fuori delle sessioni, che porta sempre un contributo anche quando sarebbe più utile tacere, che fatica a immaginare o a pianificare la conclusione del percorso: potrebbe star servendo se stesso più che il mentee. Non per malafede — quasi mai per malafede — ma per un meccanismo che, se non viene esaminato, può fare danni reali allo sviluppo del mentee. Questo rischio è tanto più probabile quanto più il mentor è coinvolto e appassionato. Non è una debolezza: è una caratteristica della relazione. Ed è esattamente per questo che il Global Code of Ethics indica la supervisione come pratica non opzionale.

Come la bidirezionalità amplifica il rischio

Il mentoring è una delle poche pratiche di sviluppo in cui l’apprendimento è genuinamente bidirezionale. Il mentor non porta solo esperienza: riceve, attraverso il mentee, prospettive che la propria esperienza aveva reso invisibili, domande che riattivano riflessioni dimenticate, energie che rinnovano la propria visione professionale.

Questa bidirezionalità è una delle ricchezze distintive del mentoring. Ma è anche, se non governata, una fonte di rischio specifico: perché una relazione da cui si riceve — oltre che si dà — è una relazione che si è tentati di prolungare oltre il necessario. Il mentor che non riconosce quanto sta ricevendo dalla relazione con il mentee ha una percezione parziale di ciò che sta accadendo, e quindi una capacità ridotta di gestirlo.

Il ruolo della supervisione

Un mentor che non porta mai in supervisione la propria relazione con il mentee — che non si chiede mai cosa stia ricevendo da quella relazione, oltre a quello che dà — è un mentor che lascia un punto cieco nel proprio lavoro.

La supervisione non è uno strumento riservato ai momenti di crisi. È la pratica ordinaria attraverso cui un professionista del mentoring mantiene la lucidità necessaria per distinguere tra ciò che serve al mentee e ciò che serve a se stesso. Il Global Code of Ethics lo richiede esplicitamente: i membri devono impegnarsi in supervisione con frequenza adeguata alla propria pratica, e portare in quel contesto i dilemmi etici, inclusi quelli relazionali. I punti ciechi, nel mentoring, tendono a diventare problemi relazionali prima che il mentor se ne accorga: la supervisione è lo strumento professionale per ridurli in modo sistematico.

La dipendenza non è mai solo una dinamica del mentee: è quasi sempre una dinamica relazionale, in cui entrambe le parti giocano un ruolo.

Come prevenire la dipendenza: comportamenti concreti

Riconoscere il rischio è il primo passo. Il secondo è sapere come comportarsi — nelle sessioni, nelle piccole scelte quotidiane, nei momenti in cui la dipendenza si affaccia senza ancora avere un nome. I comportamenti che seguono non sono tecniche da applicare meccanicamente: sono orientamenti che, praticati con consapevolezza, costruiscono nel tempo il tipo di relazione che sviluppa autonomia invece di eroderla.

Vale la pena sottolineare che questi comportamenti agiscono fin dalla prima sessione. La dipendenza non si previene solo quando si manifesta: si previene costruendo dall’inizio le condizioni che la rendono meno probabile. Il modo in cui il mentor risponde alla prima domanda del mentee, il tipo di contratto che stabilisce, la chiarezza con cui nomina il proprio ruolo: tutto questo contribuisce a definire la relazione che si svilupperà nel tempo.

Rispondere alle domande senza creare dipendenza

Il modo in cui il mentor risponde alle domande del mentee è forse il segnale più rivelatore del tipo di relazione che si sta costruendo. Un mentor che risponde alle domande con risposte — anche buone, anche utili — sta progressivamente allenando il mentee a cercare fuori di sé quello che potrebbe trovare dentro. Un mentor che risponde alle domande con domande sta facendo qualcosa di più difficile e di più utile: sta restituendo al mentee la responsabilità del proprio pensiero.

Questo non significa che il mentor non possa mai portare contenuto, esempi o prospettive. Può e a volte deve. Ma la domanda da porsi prima di ogni contributo è semplice: questa risposta apre lo spazio del mentee o lo chiude? Se lo chiude — se dà una soluzione dove potrebbe nascere una riflessione — è il momento di trattenere la risposta e fare una domanda invece. La distinzione non è tra rispondere e non rispondere: è tra rispondere in modo che il mentee cresca nella direzione del mentor, e rispondere in modo che il mentee cresca nella propria.

Dosare il proprio contributo

L’esperienza del mentor è una risorsa preziosa. È anche, se non governata, una fonte di rischio. Il mentor esperto ha molte cose da dire, e deve imparare a non dirle tutte. La disciplina del contributo consiste nel chiedersi continuamente: questo serve il mentee o serve me? A volte la risposta onesta è che il contributo che si sta per portare soddisfa il bisogno del mentor di essere utile, di condividere, di lasciare un segno, più che il bisogno reale del mentee in quel momento. Quando questo accade, l’atto più professionale è il silenzio. O una domanda.

Quando invece il contributo è davvero utile, il modo in cui viene portato fa la differenza. Lo storytelling — raccontare un’esperienza propria in forma di storia, con un inizio, una situazione di difficoltà e un esito — è lo strumento più efficace a disposizione del mentor. Non perché sia più coinvolgente di una spiegazione diretta, ma perché lascia al mentee lo spazio di trarre le proprie conclusioni. Una storia non impone una lettura: la offre. È il mentee a decidere cosa farne, cosa tenere, cosa applicare al proprio contesto.

Gestire l’idealizzazione

L’idealizzazione del mentor è una forma precoce di dipendenza, e nasce quasi sempre da un equivoco sul tipo di autorità che il mentor rappresenta. Il mentee che vede nel mentor qualcuno che sa sempre cosa fare, che non ha mai dubitato, che ha sempre avuto successo, sta costruendo un’immagine che non corrisponde alla realtà e che lo mette in una posizione di inferiorità strutturale. Sta cercando un GPS, quando il mentor può offrire qualcosa di diverso e di più utile: una mappa. L’esperienza del mentor è stata costruita in contesti specifici, con risorse e vincoli che non sono quelli del mentee. Vale molto, ma vale come prospettiva, non come istruzione.

La risposta più efficace all’idealizzazione non è la smentita diretta, che rischia di sembrare falsa modestia o di destabilizzare il mentee. È la condivisione selettiva della propria vulnerabilità: raccontare gli errori fatti, i momenti di dubbio attraversati, le evoluzioni nel tempo. Questo umanizza il mentor senza sminuirlo, riduce la distanza percepita e restituisce alla relazione la sua natura reale: non un mentee che segue un modello infallibile, ma due professionisti in cui uno ha percorso più strada e può offrire all’altro una visione più ampia, senza per questo sostituirsi al suo giudizio. Il mentee che vede un mentor capace di riconoscere i propri limiti ha davanti qualcuno che si può davvero imitare nel metodo, non solo ammirare da lontano.

Nominare la dipendenza quando si presenta

Quando il mentor riconosce un pattern di dipendenza — in qualunque delle tre forme — ha la responsabilità di nominarlo. Non aspettare che si risolva da solo. Non aggiustare il proprio comportamento in silenzio sperando che il mentee non se ne accorga. Nominarlo, con delicatezza e senza accusa, è un atto di cura professionale, forse tra i più importanti che un mentor possa compiere.

Questo richiede una certa dose di coraggio relazionale. Nominare la dipendenza significa portare nella conversazione qualcosa che il mentee probabilmente non ha mai esaminato, e che potrebbe vivere come una critica. Il modo in cui viene fatto è quindi determinante: non come giudizio sul mentee, ma come osservazione condivisa su una dinamica che riguarda entrambi.

“Ho notato che spesso mi chiedi di confermare le tue scelte prima di muoverti. Non è un giudizio: è un’osservazione. Cosa credi ti manchi per poter scegliere da solo, in questa situazione?”

Questa domanda non chiude la relazione: la approfondisce. Sposta il fuoco dal contenuto della scelta alla fiducia del mentee nelle proprie risorse, e nomina per la prima volta in modo esplicito l’autonomia come obiettivo condiviso. Vale la pena notare che nominare la dipendenza non è solo un atto verso il mentee: è anche un atto di onestà del mentor verso se stesso, perché riconoscere che quella dinamica esiste significa chiedersi quale parte di responsabilità ha nel tenerla in vita.

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La conclusione del percorso come atto di liberazione

La conclusione di un percorso di mentoring è un momento che merita attenzione e preparazione. E il modo in cui avviene — o non avviene — dice molto sulla qualità di tutto ciò che è venuto prima.

Una conclusione ben gestita non sorprende nessuno. Non arriva all’improvviso, non lascia il mentee in uno stato di incompletezza, non genera la sensazione di un abbandono. Dice al mentee, in modo esplicito o implicito: sei pronto, hai le risorse, puoi andare da solo. È un atto di liberazione, forse il più importante dell’intero percorso.

Una conclusione mal gestita, invece, è spesso il sintomo di qualcosa che non ha funzionato molto prima. La relazione che non riesce a concludersi — che si prolunga senza una ragione chiara, che trova sempre un nuovo tema da affrontare, che entrambe le parti faticano a immaginare finita — è quasi sempre una relazione in cui la dipendenza è diventata reciproca, e in cui nessuno dei due ha avuto il coraggio, o gli strumenti, per nominarla.

Il punto cruciale è che la conclusione non si prepara nelle ultime sessioni: si prepara dall’inizio. Ogni scelta che il mentor fa nel corso del percorso — come risponde alle domande, quanto contributo porta, come restituisce responsabilità al mentee — costruisce o erode le condizioni per una conclusione naturale. Il momento della chiusura dovrebbe essere quasi ovvio: la conferma di un processo già avvenuto, non una separazione improvvisa. L’EMCC Competence Framework V2 indica esplicitamente, al livello Practitioner, la gestione della conclusione del contratto come indicatore di competenza (CI 45). Non è un dettaglio amministrativo: è il sigillo di un percorso che ha davvero fatto il suo lavoro.

In molti casi, la relazione di mentoring non si conclude definitivamente ma si trasforma: diventa una relazione professionale di altro tipo, meno strutturata ma non meno intensa. Anche questa trasformazione merita di essere nominata e gestita consapevolmente, perché anche il modo in cui una relazione cambia forma racconta qualcosa di importante su ciò che è stata.

In breve

La conclusione si prepara dall’inizio

Una buona conclusione non sorprende: è la conferma di un’autonomia costruita sessione dopo sessione. Una relazione che non riesce a chiudersi segnala spesso una dipendenza diventata reciproca. L’EMCC Competence Framework V2 riconosce la gestione della conclusione del contratto (CI 45) come competenza di livello Practitioner: il sigillo di un percorso ben fatto.

La misura del mentor

C’è una misura dell’efficacia di un percorso di mentoring che non compare in nessun report di valutazione, e che è forse la più onesta di tutte: quanto il mentee sa andare da solo, una volta finito.

Non quanto ha imparato. Non quanti obiettivi ha raggiunto. Non quanto bene parla del mentor o del percorso fatto insieme. Ma quanto è autonomo, quanto si fida del proprio giudizio, quanto riesce a navigare l’incertezza senza cercare una voce esterna che gli dica cosa fare.

Questa è la misura del mentor. Ed è anche, per chi ama davvero questo lavoro, la più difficile da accettare, perché richiede di costruire qualcosa per poi lasciarlo andare. Di investire in una relazione sapendo che il suo successo si misurerà dalla propria irrilevanza finale.

Un mentor che ha fatto bene il suo lavoro non è quello che il mentee ricorda con più gratitudine. È quello grazie al quale il mentee, a un certo punto, ha smesso di avere bisogno di ricordarlo.

Domande frequenti

La dipendenza nel mentoring è sempre colpa del mentor?

No, ma il mentor ha sempre una parte di responsabilità. La dipendenza è quasi sempre una dinamica relazionale, non una caratteristica del mentee. Il mentor contribuisce a crearla ogni volta che risponde dove potrebbe fare una domanda, che porta un contributo quando sarebbe più utile tacere, che non nomina un pattern che ha già riconosciuto. Questo non significa che il mentor sia in malafede: significa che la gestione della dipendenza è una competenza attiva, che richiede consapevolezza e pratica continua.

Come si distingue una relazione di fiducia da una di dipendenza?

La fiducia è una risorsa della relazione: consente al mentee di aprirsi, di portare temi difficili, di esplorare territori incerti. La dipendenza è una distorsione della relazione: impedisce al mentee di agire, decidere e crescere senza il mentor. La distinzione più utile è osservare cosa succede fuori dalle sessioni. Un mentee che si fida del mentor agisce, sperimenta, torna con nuovi apprendimenti. Un mentee dipendente esita, rimanda, aspetta la sessione successiva per muoversi.

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Cosa dice il quadro professionale di riferimento sulla dipendenza del mentee?

Il Global Code of Ethics — condiviso da EMCC e dalle principali associazioni professionali internazionali — obbliga i professionisti del mentoring a promuovere attivamente l’indipendenza e l’autonomia del mentee. L’EMCC Competence Framework V2 è ancora più specifico: assicurarsi la non-dipendenza del mentee (indicatore CI 50) è un indicatore di competenza al livello Practitioner, non un obiettivo avanzato. È atteso fin dalle prime fasi della pratica professionale.

In quanto tempo si sviluppa la dipendenza nel mentoring?

Non esiste una risposta univoca: dipende dalla struttura della relazione, dal profilo del mentee e dai comportamenti del mentor. Quello che si può dire con certezza è che la dipendenza si costruisce gradualmente, spesso nel solco di dinamiche che nelle prime fasi sembrano positive. Proprio per questo è difficile da riconoscere in tempo reale: quando diventa visibile, è già consolidata. La prevenzione è più efficace dell’intervento, e si costruisce fin dalla prima sessione.

Come si conclude correttamente un percorso di mentoring?

Una conclusione ben gestita non arriva all’improvviso: si prepara dall’inizio del percorso, costruendo progressivamente l’autonomia del mentee. Gli elementi di una buona conclusione sono una verifica esplicita degli obiettivi raggiunti, una riflessione condivisa su cosa il mentee porta con sé e un riconoscimento formale che il percorso è compiuto. In alcuni casi la relazione non si conclude ma si trasforma, diventando una relazione professionale di altro tipo, meno strutturata. Anche questa trasformazione merita di essere nominata, non lasciata accadere per inerzia.

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Fonti

  • Global Code of Ethics for Coaches, Mentors and Supervisors — sottoscritto da EMCC e dalle principali organizzazioni internazionali di coaching e mentoring; obbligo di promuovere autonomia e indipendenza del mentee e impegno alla supervisione — globalcodeofethics.org
  • EMCC Global, Competence Framework V2 — indicatori di competenza (CI) per i livelli Foundation, Practitioner, Senior e Master Practitioner, tra cui la non-dipendenza del mentee (CI 50) e la gestione della conclusione del contratto (CI 45) — emccglobal.org
  • EMCC Global, definizione di mentoring come relazione di apprendimento inclusiva e bidirezionale — emccglobal.org
  • Carta Europea dei Servizi di Coaching e Mentoring — riferimento per gli standard di qualità e per la supervisione professionale — coaching-you.it
Box autore — Coaching You (riutilizzabile)
Chiara Zerbini, Coach e Mentor, fondatrice di Coaching You

Scritto da

Chiara Zerbini

Coach e Mentor, fondatrice di Coaching You. Accompagna persone, team e organizzazioni nello sviluppo delle competenze di coaching, mentoring e people management, con un approccio fondato su metodo, rigore ed etica professionale. È tra le autrici del volume Coaching Organizzativo. Quando l'Organizzazione diventa Coachee (EMCC Italia).

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