Il licenziamento: da evento negativo a opportunità di reinventarsi
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Il licenziamento: da evento negativo a opportunità di reinventarsi

Come riconquistare una buona fiducia in sé stessi e magari scegliere anche un cambiamento


Del 19 Novembre 2020

Categoria Crescita personale

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Scritto da Silvia Pizzetti

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Intro

Essere licenziati è un’esperienza di vita difficile. Ha implicazioni pesanti sul piano economico, determina tanti problemi sul piano pratico. Ma ha implicazioni negative anche sul piano emotivo.
In questo articolo non mi concentro sulle problematiche di natura economica e pratica, di tutto rispetto, ma mi limito a trattare quelle di natura emotiva.

Considero anche l’ipotesi di un cambiamento professionale. Può essere infatti che il licenziamento ci porti a trovare un lavoro nuovo, che amiamo di più. Se così fosse, che meraviglia!

Bene, iniziamo! Comincio con un paio di domande.

Hai mai pensato che il modo in cui affrontiamo un licenziamento e il nostro futuro dipende anche da quanto permettiamo al lavoro di definire chi siamo come persone?

Non hai il dubbio che un’esperienza come questa possa essere anche un’occasione di scoperta e di crescita?

Trovare le risposte a queste domande può essere di aiuto per superare più facilmente questa difficile esperienza e ripartire con più solidità e sicurezza in noi.

Non ti voglio convincere che sia così. Ti invito solo a considerarla come una possibilità.

Cosa accade quando si subisce un licenziamento

In caso licenziamento, ahimè, spesso si scoprono subito delle cose sgradevoli.

Consideriamo il luogo di lavoro. Se non si perde il lavoro dall’oggi al domani, capita che l’azienda o il responsabile smetta comunque di affidarci dei compiti. Forse per paura che possiamo portare via dei clienti, o fare qualche sgambetto, o perché si sente in difficoltà a spiegare a un cliente o a un fornitore che da un dato giorno non ci saremo più. Chi lo sa. Eppure, la nostra affidabilità era nota, in azienda! Ecco una possibile ferita.

Potremmo anche scoprire che i nostri colleghi si dividono in due gruppi: coloro che ci mostrano amicizia e solidarietà e le persone (con cui magari abbiamo pure lavorato, e bene) che ci ignorano, come se fossimo d’un tratto trasparenti. Ecco un’altra possibile ferita.

Dover magari frequentare il posto di lavoro ancora per qualche tempo, senza aver nulla da fare e sentendosi un po’ come dei portatori di una malattia contagiosa può essere avvilente.

Se così è, c’è qualcosa che possiamo fare? Possiamo cercare di stare meglio cambiando un po’ il nostro modo di pensare? Io ci ho provato e mi è stato utile, per cui lo condivido con te.

  • Proviamo a pensare “E’ solo un piccolo periodo”. Quel tempo – al massimo qualche mese – anche se ci sembra lunghissimo, in fondo è breve rispetto al tempo della nostra vita. Questo può aiutarci a renderlo relativo e a neutralizzare un po’ le nostre emozioni negative.
  • Pensiamo a colleghi e colleghe che fanno già finta che non ci siamo più. Ci interessa davvero continuare ad avere un rapporto con loro? Abbiamo voglia di aver a che fare con chi tiene a noi solo nel lavoro ma non come persona? È probabile che la risposta sia no.

Sono due piccole strategie che ci possono aiutare a prendere in mano le redini della situazione, rendendo il tempo che dobbiamo ancora trascorrere sul luogo di lavoro più tollerabile. Cosa abbiamo fatto, in pratica? Solo cambiato un po’ il modo di guardare alla situazione. E se riusciamo a cambiarlo, è facile che il nostro stato d’animo migliori.

Poi arriva il giorno in cui “svuotiamo i cassetti”, ci chiudiamo la porta alle spalle.
Lasciare l’ufficio, se abbiamo sofferto quel periodo, ci può fare tirare un respiro di sollievo, darci un senso di libertà. Ma in genere non dura molto.

Se non si ha già pronta un’alternativa – che sarebbe la condizione ideale, ci risparmierebbe molte pene – la nostra nuova dimensione diventa molto più reale: siamo nel mondo della disoccupazione.
Le emozioni negative irrompono e aumentano di intensità. Non è raro che ci assalga la sensazione di non sapere più bene chi siamo.

Allora vuol dire che è arrivato il momento di osservare il significato che diamo al lavoro nella nostra vita.

Noi non siamo il nostro lavoro

Possiamo vivere il lavoro come uno strumento per soddisfare bisogni e desideri, legarlo al nostro senso di realizzazione, alla nostra importanza, come qualcosa che ci fa sentire capaci, come un dovere o una necessità. O in altri modi ancora. Spesso è un cocktail di vari ingredienti.

Ci sono persone che tuttavia danno un’importanza eccessiva al lavoro senza accorgersene e ciò può essere pericoloso. In generale ma, soprattutto, in caso di licenziamento.

Come può essere che non ci accorgiamo di quanta importanza diamo al lavoro? Perché, fintanto che avevamo un lavoro, questo faceva parte della nostra normalità.

Facciamo un paragone col nostro corpo. Finché non ci viene mal di denti, non ci soffermiamo a pensare “che bello, i miei denti non mi danno fastidio!”. Quella è la nostra normalità. Ma non appena avvertiamo dolore, i denti diventano oggetto di attenzione perché la situazione è cambiata.

Ciò che ci sfugge, è che a volte il lavoro piano piano diventa una parte eccessivamente importante di noi. Finisce per definire la nostra identità.

Se definisce chi siamo ai nostri occhi, allora è assai probabile che secondo noi ci definisca anche agli occhi degli altri. A volte è vero, a volte no. Ma se è vero per noi, resta vero comunque. E questo ci può creare ulteriori difficoltà.

Così, perdendo il lavoro può capitare di provare un senso di inutilità, disorientamento, insicurezza e inadeguatezza e che la nostra autostima venga danneggiata. C’è anche chi si trova ad affrontare una dolorosa sensazione di fallimento e prova vergogna.

Ora, è vero che quell’evento negativo resterà scritto nel libro della nostra vita. Ma, anche se può suonare provocatorio, un licenziamento può essere un’occasione per riconsiderare la nostra vita, fare magari nuove scelte, migliorare la relazione che abbiamo con noi e con chi ci sta intorno.

Se ci accorgiamo che senza un lavoro non sappiamo più bene chi siamo, fermiamoci: evidentemente non ci ricordiamo che siamo molto, molto di più del nostro lavoro. Il lavoro è sì una parte importante della nostra vita, ma non dovrebbe intaccare la nostra identità.

Se riuscissimo a guardare al licenziamento come a un’esperienza che ci è capitata senza permetterle di mettere in discussione il nostro valore, riusciremmo a gestire meglio sia l’esperienza in sé, sia la nostra capacità di ricostruirci un futuro, no?

Anche qui, ti propongo dei piccoli passi che con me hanno funzionato.

  1. Guardiamoci dentro e osserviamo tutto ciò che siamo, non diamo nulla per scontato. Potrebbe non essere immediato vedere tutto perché diamo poco valore a ciò che per noi è normale. Diamoci il tempo necessario per questo viaggio dentro di noi.
  2. Pensiamo anche ai tanti ruoli che giochiamo nella vita: ora genitore, ora amico/a, ora impegnato/a nel volontariato, ora compagno/a, ora appassionato/a di …

Sicuramente emergerà una lunga lista che fornirà le tessere del magnifico e unico puzzle che ciascuno di noi è.

Ripensiamo ora al lavoro: davvero senza lavoro valiamo poco, o il lavoro è una solo tessera di un puzzle molto più grande?
Quando ci rendiamo conto che il lavoro è anch’esso una tessera, le percezioni che abbiamo di ciò che ci è accaduto e della nostra nuova situazione cambiano. Sentiamo comunque di essere persone di valore.

Certo, questi piccoli passi non risolvono il problema: siamo ancora senza lavoro. È probabile che i problemi di natura economica e professionale siano gli stessi.

Ma con una maggiore serenità e solidità su noi stessi, affronteremo meglio anche la ricerca di un nuovo lavoro. Già in questa fase, potremmo aver capito di il nostro destino è proprio il lavoro che svolgevamo, o a volte avere una prima intuizione che ci piacerebbe un lavoro diverso.

Se cominciamo a pensare che è altro che ci piacerebbe fare, prima di trovare la via giusta per noi, potremmo però incontrare un altro ostacolo da superare. Vediamolo.

Il desiderio di cambiare pagina

Ci sono persone che nella vita – come la sottoscritta – per tantissimi anni hanno svolto la stessa professione. Di fronte a un licenziamento, queste persone pensano quasi automaticamente di dover cercare un lavoro analogo, perché è (solo) quello che sanno fare.

Se quello che facevamo è ciò che sentiamo fatto per noi, bene così. Per quanto difficile possa essere, abbiamo le idee chiare, dobbiamo “solo” darci da fare, cercare.

Alcune persone sentono invece una certa voglia di cambiare, ma poi si bloccano.  Ciò che le ferma è, per l’appunto, l’idea di saper fare solo quello che hanno sempre fatto. E il cambiamento fa anche paura.

Supponiamo che alla fin fine, non vogliamo rinunciare a cercare un lavoro diverso (nel frattempo magari affiancandolo a un lavoro “provvisorio”, che ci tranquillizza sul piano economico). Se questa è la decisione, significa che abbiamo già superato in buona parte la paura del cambiamento. Allora dobbiamo trovare dei modi per aggirare l’altro ostacolo: uscire dall’idea che non sappiamo fare altro da quello che abbiamo sempre fatto.

Difficilmente mentre svolgiamo un lavoro ci soffermiamo sulle tante capacità che mettiamo in campo. Il lavoro spesso ci appare come un monolite: commercialista, manager, impiegat# in amministrazione, bancari#, responsabile delle risorse umane ecc. ecc.

Un po’ come nel paragrafo precedente, proviamo allora a:

  • spacchettare in pezzi più piccoli la nostra vecchia professione. Non solo: dato che abbiamo delle capacità che utilizziamo in altri ambiti, creiamoci una lista di tutto ciò che sappiamo fare.

Anche in questo caso, ci accade spesso di scoprire che abbiamo tante capacità. Possiamo avere talento nel creare relazioni, nel risolvere problemi, per la creatività, sappiamo lavorare individualmente o in gruppo, conosciamo abbastanza bene una lingua straniera, anche se non siamo dei o delle commerciali ci viene facile vendere, ci è semplice seguire delle procedure.

  • Una volta messe sul tavolo le nostre carte, guardiamo quelle che ci piacciono di più, mettiamole insieme e pensiamo al tipo di lavoro che ci permetterebbe di esprimerle al meglio (sapendo che non c’è una professione che ha solo aspetti positivi!)

La nebbia in genere comincia a diradarsi. Cominciamo a cercare ed esplorare nuove possibili professioni.

Se scegliamo di percorrere nuove vie, è molto importante tornare al nostro inventario delle capacità e capire anche quelle in cui siamo deboli o che ci mancano.

Questo è il momento di costruirle. Grazie a scuole, corsi, letture, ambienti, affiancamenti… a tutto ciò che ci può essere utile per svilupparle. Chiediamo, se ne abbiamo l’opportunità, aiuto a chi ne sa di più.

Mi piace condividere e affiancare le persone nella loro crescita personale. Affinché rendano omaggio ai propri talenti e diversità, ne scoprano il profondo valore. Perché si liberino dai pesi indesiderati e si sentano più protagoniste della della propria vita.

Silvia Pizzetti

La strada giusta per noi è riappacificarsi col passato

Può succedere che procederemo per un certo periodo per errori e correzioni. Niente di male, gli errori ci aiuteranno a fare chiarezza. A eliminare alcune ipotesi e a concentrarci su altre. Come un processo a imbuto.

Il giorno in cui capiremo definitivamente cosa vogliamo arriva. Quello è l’attimo “magico” in cui partiamo per un nuovo viaggio. I nostri margini di errore si riducono sempre più.  Compiamo le nostre scelte con facilità. Sappiamo dove investire il nostro tempo, le nostre energie.

Tutto ciò richiede tempo. Costruirsi una nuova professione e creare un nuovo reddito, salvo fortunate eccezioni, non è immediato. I risultati arrivano pian piano. Magari nel frattempo dovremo fare qualche rinuncia. E magari, se avevamo un buon reddito, non riusciremo a tornare a quel livello. Ma se abbiamo trovato qualcosa che ci fa “battere il cuore”, difficilmente questo ci fermerà o rimpiangeremo il passato.

A distanza di un po’ di tempo, ci volteremo indietro e, guardando al nostro ex-lavoro, lo ringrazieremo per ciò che ci ha dato e insegnato, ma scopriremo che non vorremmo più farlo. Che siamo più felici di ciò che facciamo oggi.

Riguarderemo infine al nostro licenziamento con occhi molto diversi: non sarà più quell’evento difficile che abbiamo vissuto ma un evento che ci ha permesso di reinventarci, in direzione di una maggiore soddisfazione.

In questo modo potremo riconquistare una buona fiducia in noi e affrontare nel modo migliore il cambiamento che stiamo vivendo.

Silvia Pizzetti

Una coach viaggiatrice ed esploratrice, di mondi, Paesi e persone. Sempre alla ricerca dello scambio e della crescita personale.

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